Parlare con Dio parte 1
Parlare con Dio è possibile nella comunione; chi è in comunione con Dio può parlare non solo con Dio, ma anche con le anime tutte che in terra o in cielo vivono in comunione con Dio.
Questa affermazione coglie una splendida verità teologica ed ecclesiologica cristiana, ma per commentarla correttamente è necessario fare una distinzione tra il significato letterale del testo sapienziale e la successiva rilettura teologica del Nuovo Testamento.
Nel contesto originario del libro del Siracide 27, 5-7 (nella Bibbia CEI 1974), l'autore Ben Sira non sta parlando direttamente della preghiera mistica o della comunicazione con l'aldilà. Sta offrendo un insegnamento di sapienza pratica e antropologica sulla verità delle relazioni umane:
Esattamente come il fuoco rivela se un vaso di argilla è solido o difettoso, la "conversazione" (il modo di parlare e di relazionarsi) rivela il valore morale e spirituale di un essere umano.
La parola non è mai neutra; è il "frutto" che mostra lo stato di salute delle radici, ossia del cuore e dei sentimenti intimi dell'uomo.
Se applichiamo il principio del Siracide sulla comunione con Dio e con le anime, il testo biblico illumina e convalida la tesi attraverso tre passaggi fondamentali:
Primo. Parlare con Dio richiede un "cuore coltivato".
Se la parola rivela il sentimento dell'uomo, la preghiera e il dialogo con Dio non possono essere formule vuote. Parlare con Dio "nella comunione" è possibile solo se la nostra interiorità è "coltivata" dallo Spirito Santo. La nostra conversazione con il Creatore è autentica solo se scaturisce da un cuore che dimora stabilmente nella Sua grazia.
Secondo. La vera comunione supera i confini biologici (La Comunione dei Santi).
Nel cristianesimo, la "conversazione" e la comunione non sono limitate ai vivi orizzontali. Chi è unito a Cristo entra a far parte del Suo Corpo Mistico. La dottrina cattolica della Comunione dei Santi stabilisce proprio che la Chiesa della terra (pellegrina) e la Chiesa del cielo (trionfante o purgante) sono un unico organismo.
Dal momento che Dio è il centro di questa rete, l'anima che è in comunione con Lui è misteriosamente "connessa" a tutte le altre anime che vivono in Lui. La preghiera diventa quindi lo spazio in cui questa immensa conversazione cosmica ha luogo.
Terzo. Una precisazione teologica sulla "comunicazione".
La teologia biblica e la Chiesa distinguono nettamente la comunione spirituale dalle pratiche di evocazione o spiritismo (che la Scrittura vieta). Il credente non "parla direttamente" con i defunti scavalcando Dio, ma parla "in Dio" e "attraverso Dio". È la luce divina che circonda e unisce le anime della terra e del cielo. Pertanto, il nostro dialogo con i santi e con i nostri cari defunti si realizza nella forma dell'intercessione e dell'affetto spirituale, resi vivi dall'Eucaristia e dalla grazia.
In sintesi: Il brano del Siracide ci ricorda che siamo ciò che comunichiamo. Quando un uomo è in perfetta comunione con Dio, il "frutto" della sua parola smette di essere puramente umano ed egoista. Diventa una parola capace di abitare l'eterno, permettendogli di dialogare con Dio e di sentirsi in profonda, reale e intima comunione con tutte le anime che, in terra o in cielo, respirano lo stesso Amore divino.
Importantissimo è credere che comunicare vuol dire parlare. Come sarebbe possibile affermare di essere in comunione con una persona se questa non parlasse mai, non ci manifestasse mai i suoi pensieri, il suo amore per noi?
Quanto appena detto tocca il cuore pulsante di qualunque dinamica relazionale: la comunione non può esistere nel vuoto o nel silenzio assoluto, ma esige una rivelazione. Se una persona non manifestasse mai i propri pensieri o il proprio amore, il rapporto si ridurrebbe a un'idea astratta, non a una vera comunione.
Nella teologia biblica e nella fede cristiana, questo principio non solo è valido, ma è il fondamento stesso del rapporto tra l'uomo e Dio.
Dio ha parlato per primo.
Il cristianesimo non è la ricerca umana di un Dio muto, ma la risposta a un Dio che parla. Come insegna la Costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II, Dio ha scelto di uscire dal Suo mistero per "parlare agli uomini come ad amici".
La manifestazione suprema dei pensieri e dell'amore di Dio non è un concetto, ma una persona: Gesù Cristo, il Logos (la Parola). In Gesù, Dio ha parlato pienamente, mostrando il Suo cuore e il Suo amore per noi.
Dio continua a parlare attraverso le Scritture, la bellezza del creato e la voce della coscienza. Non c'è comunione con Lui senza l'ascolto di questa Sua continua manifestazione.
Bisogna ampliare il concetto di "Parlare": Oltre la parola verbale.
Perché la comunione con Dio e con le anime (in terra o in cielo) sia reale, dobbiamo però comprendere il "comunicare" nella sua ampiezza più profonda. Il linguaggio umano è verbale, ma il linguaggio dello Spirito utilizza canali diversi:
Usa il linguaggio dei fatti e dei segni: Proprio come tra due innamorati un gesto, uno sguardo o una presenza silenziosa comunicano più di mille parole, così Dio e le anime manifestano il loro amore attraverso i segni della grazia, le ispirazioni interiori, la provvidenza e la pace profonda del cuore.
Usa la "voce" delle anime in Cielo: Le anime che vivono in Dio (i santi, i nostri cari defunti) non hanno più corde vocali biologiche per parlarci all'orecchio, ma la loro "parola" ci raggiunge attraverso la comunione spirituale. Ci parlano quando sentiamo il loro esempio che ci sprona, quando avvertiamo la loro protezione o quando la loro intercessione ottiene per noi una grazia. Questa è una manifestazione reale e tangibile del loro amore per noi.
Usa il silenzio fecondo: Nella preghiera più alta (la contemplazione), le parole umane spesso cessano. Non è un silenzio di assenza, ma di totale intimità. È il silenzio di due persone che si amano così tanto da non aver bisogno di parlare per capirsi.
Tornando al testo del Siracide citato prima ("la parola rivela il sentimento dell'uomo"), questo principio si applica a due vie nella comunione:
Da Dio a noi: Dio ci manifesta il Suo sentimento d'amore parlandoci interiormente e attraverso la Sua Parola scritta.
Da noi a Dio: Noi rispondiamo a questo amore parlando a Lui, non solo con le labbra, ma rivelando il nostro vero sentimento profondo attraverso le nostre scelte di vita e la nostra preghiera sincera.
Senza questa comunicazione reciproca – questo continuo scambio di pensieri, desideri e manifestazioni d'amore – la fede diventerebbe una fredda dottrina e la comunione si spegnerebbe.
Negare la parola ad una persona significa non volere essere in comunione con quella persona. E allora? Allora se Gesù vuole essere in comunione con gli uomini, significa che vuole essere in confidenza con loro, che vuole parlare agli uomini.
Gesù non è venuto sulla Terra per emanare decreti dall'alto di un trono distaccato, ma per entrare in confidenza con l'essere umano.
Se analizziamo questo profondo legame tra parola, confidenza e comunione con Gesù, emergono tre verità straordinarie:
Primo. Gesù rompe il silenzio per offrire amicizia.
Nel mondo antico, i sudditi non potevano parlare "in confidenza" con il sovrano. Gesù sovverte totalmente questa logica. Nel Vangelo di Giovanni 15, 15, Egli dice chiaramente:
«Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi».
Il servo riceve solo ordini (non c'è comunione, c'è solo esecuzione); l'amico riceve la confidenza dei pensieri. Gesù condivide con gli uomini i segreti più intimi di Dio perché desidera un rapporto paritario d'amore.
Secondo. Il desiderio di una conversazione continua.
Se Gesù vuole parlare agli uomini, significa che la fede non è un monologo in cui l'essere umano prega e Dio si limita ad ascoltare impassibile. È un dialogo vivo. Gesù vuole parlare a ciascuno di noi in modo personale:
Parla attraverso il Vangelo: Le sue parole non sono reperti storici, ma parole vive che risuonano oggi nell'intimità di chi le legge.
Parla nella coscienza: Attraverso lo Spirito Santo, Egli suggerisce pensieri di pace, di perdono, di coraggio. Quella "voce sottile" che orienta il cuore verso il bene è la Sua parola in confidenza.
Parla nei fratelli: Gesù ha scelto di identificarsi con i piccoli, i poveri e i sofferenti ("Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi fratelli più piccoli, l'avete fatto a me"). Anche attraverso di loro, e con loro, Egli ci parla e ci chiede comunione.
Terzo. La responsabilità della risposta.
Se il rifiuto di parlare equivale a rifiutare la comunione, questo principio purtroppo funziona in entrambe le direzioni. Gesù desidera ardentemente parlare agli uomini, ma l'uomo può scegliere di negare la parola a Gesù ignorando la Sua voce, chiudendo il cuore al silenzio della preghiera o rifiutando di ascoltare il Vangelo.
La bellezza di questo legame sta nel fatto che Gesù non impone mai la Sua confidenza; sta alla porta e bussa, aspettando che l'uomo risponda alla Sua parola (Apocalisse 3, 20).
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